Oltre il pacifismo addomesticato

Alcune note d’attualità per l’arte palestinese

14.04.2026

Da qualche anno a questa parte, mio padre è diventato un accanito binge-watcher di Al Jazeera. Non appena ha capito come trasmettere i canali arabi sulla TV del salone, la nostra casa è diventata un avamposto della Striscia di Gaza: segue ininterrottamente le notizie, inveisce contro lo schermo ogni volta che si legittimano le stragi in sede pubblica, ci annuncia l’omicidio dei giornalisti come fossero cugini venuti tragicamente a mancare. In questa sala stampa d’emergenza, io rimango schiacciata dal senso di impotenza di chi ha il privilegio di guardare il genocidio in corso da un divano comodo; certi giorni il peso della realtà è così schiacciante da rendere difficile trovare quel guizzo che separa la vita dalla cronaca.

Ho iniziato a studiare l’arte palestinese per oppormi alla paralisi dell’inutilità e cercare di restituire una voce, una forma, a chi viene sistematicamente cancellato. Un modo – infinitamente piccolo – per esercitare la professione nell’arte come leva critica nei confronti del presente. Tutta colpa di Lionello Venturi, mi verrebbe da dire, che riesce persino a rendere coerenti questi salti di palo in frasca della mia carriera. Certo, scrivere di arte palestinese oggi non è un’impresa facile, tra tentativi di demistificazione e sguardi sospettosi, e con l’imperativo categorico di evitare un imperdonabile, superficiale pietismo accademico, o di reiterare un neo-orientalismo duro a morire.

L’arte vorrebbe convincerci di essere un linguaggio universale che galleggia fuori della realtà: una terra di tuttə (o meglio, di nessuno) dove i conflitti si annacquano nei cocktail all’opening o diventano materia d’indignazione per intellettuali che poi non riversano quella stessa empatia quando serve scendere in piazza a manifestare. In difesa di questa pretesa, tanto altezzosa quanto illusoria, alla vigilia della sua apertura la Biennale di Venezia si rifugia dietro la retorica della neutralità apolitica (un falso storico di cui si potrebbe parlare a lungo), assemblando in laguna un mappamondo sottovuoto che tutela persino i padiglioni di nazioni impegnate in sanguinosi conflitti aperti, purché l’orrore resti fuori dai cancelli dei Giardini.

È una posizione che svuota i presupposti etici dell’istituzione: niente restituisce l’istantanea di un presente lacerato meglio di questa edizione della mostra, dove l’ANGA - Art Not Genocide Alliance chiede a gran voce l’estromissione di Israele, organizzando in questi giorni quella risposta collettiva che il silenzio istituzionale ha reso inevitabile.

Di Padiglione Palestina, ovviamente, non si parla. Dare voce all’identità culturale di quel territorio resta un tabù (con l’unica, luminosa eccezione di Vera Tamari nella mostra centrale, firmataria della petizione di ANGA). Da regolamento, infatti, non è possibile immaginare un padiglione nazionale ufficiale di uno stato non riconosciuto dal governo italiano. Un comodo paravento legale, utile a non esporsi troppo e ad allinearsi con lo status quo. Assistiamo così a un paradosso grottesco: da un lato questa storica assenza, e dall’altro il Ministro della Cultura israeliano, che blinda il proprio padiglione con clausole contrattuali che ne impongono la visibilità a ogni costo, esorcizzando le “chiusure” della scorsa edizione.

Di male in peggio: quando l’artista Gabrielle Goliath ha proposto di includere nella sua Elegy un omaggio alle donne palestinesi e in particolare alla poetessa Hiba Abu Nada, uccisa sotto le bombe, il Ministero della Cultura sudafricano ha ritirato il sostegno al progetto monografico per il padiglione nazionale, definendolo "divisivo". In un’epoca in cui persino il lutto è polarizzante, forse i vuoti, più che i pieni, le assenze più che i nomi delle persone presenti, sono l’indice di un’attualità che il mondo dell’arte non è più in grado di contenere e interpretare. Alla fine, lo spazio concesso alla Palestina è un evento collaterale a Palazzo Mora dedicato al tatreez, il tradizionale ricamo palestinese. Una pratica unica e preziosa, che ha ricadute anche per artisti che lavorano con il tessile (cfr Narrative Threads: Palestinian Embroidery in Contemporary Art): tuttavia, l’operazione sembra circoscrivere l’identità locale a un rassicurante artigianato in grado di soddisfare l’aspettativa dell’alterità, negandole l’accesso al discorso globale.

Allora come far valere la soggettività palestinese in questo scenario non proprio incoraggiante?

Di certo non auspicando il “padiglione della pace” (giuro, l’ho letto davvero), cedendo il padiglione Israele allə artistə palestinesi, come una sorta di ramoscello d’ulivo curatoriale. Mi sembra che questa visione non produca né cooperazione né tantomeno riconciliazione, e non troppo sottilmente chiede allə palestinesi di esistere solo se addomesticatə entro le pareti della potenza che lə opprime, replicando in vitro le stesse dinamiche dell’apartheid. E poi è sufficiente interpellare lə artistə palestinesi per capire l’antifona: niente di personale contro lə colleghə israelianə, ma preferiscono rinunciare alla visibilità delle rassegne internazionali se queste foraggiano l’illusione di reciprocità tra le parti che nei fatti non esiste.

Un esempio tra tutti: invitato nel 2000 a esporre a Palazzo delle Papesse a Siena, Khalil Rabah presenta le opere al di fuori delle mura dell’edificio, dove invece sono accolti lə artistə d’Israele. Un’operazione che restituisce con nitidezza l’impossibilità di una sintesi forzata attraverso la cultura finché l’occupazione persiste.

Tra guerra e pace è dunque opportuno introdurre un terzo termine, che complica il dibattito ma in qualche modo aiuta a chiarirlo: la resistenza. Nel caso dellə attorə culturali dei Territori Occupati, la resistenza creativa è una prassi consolidata fin dagli anni Settanta: poster e cartoline erano allora l’unico modo per arginare la cancellazione identitaria, facilitare la circolazione internazionale del repertorio iconografico della tradizione, raggiungendo i villaggi isolati tra loro e le famiglie in diaspora, stimolando il dibattito globale intorno alla questione. Questo spirito di dissidenza ha radici profonde: già durante la prima Intifada, lə artistə del movimento New Visions rinunciavano ai materiali di produzione se questi passavano per il mercato israeliano. Come mi ha raccontato Nabil Anani, si trattava di una scelta radicale: smettere di usare tele e colori importati per raccontare la terra sottratta usando la terra stessa come strumento. Cuoio, henné, fango e pigmenti naturali diventavano così gli strumenti di un’estetica del boicottaggio, dove la materia dell’opera coincideva con quella della lotta politica e sociale.

Edward Said lo aveva già chiarito: il problema è che l'’identità palestinese viene costantemente ridotta a vittima da compatire o terrorista da temere, negandole la possibilità di autodeterminarsi al di fuori di stereotipi banalizzanti. Occorre scardinare questo meccanismo affinché un popolo smetta di essere un oggetto di consumo emotivo o di sospetto, e torni a essere soggetto che si racconta. In un’intervista per «K. Revue trans-européenne de philosophie et arts» (tradotta in Italia da Cronopio), il filosofo Étienne Balibar sostiene che l’orrore del presente ci pone inevitabilmente davanti a una domanda: cosa può il pensiero di fronte al genocidio? Gaza è a tutti gli effetti un problema filosofico, che può produrre in chi ha intenzione di non voltarsi dall’altra parte la possibilità di un pensiero che non si limiti a interpretare il reale, ma che possa addirittura cambiarlo, producendo nuovi significati. Per questo è essenziale la sopravvivenza simbolica dell’identità palestinese, poiché agisce sul presente e lo trasforma.

Chiaramente dare spazio alle voci palestinesi non sostituisce l’azione politica, ma la integra, mettendo in crisi l’inerzia del sistema culturale che, per anni, ha respinto o cancellato lavori di artistə arabə e che oggi reagisce con una violenza censoria senza precedenti. In una sede critica come questa vale la pena ricordare il caporedattore di «Artforum», David Velasco, messo alla porta per aver pubblicato nell’ottobre 2023 una lettera firmata da centinaia di artistə e intellettuali (cito giusto Barbara Kruger, Jeremy Deller e Judith Butler), a favore della cessazione delle ostilità a Gaza. E pensare che è stata solo la prima di una lunga serie di proteste e azioni in cui chi partecipa chiede di trasformare la solidarietà in una presa di posizione convinta, capace di agire anche in settori ancora troppo indifferenti.

Il suggerimento, allora, è di non cercare risposte nelle sfilate altisonanti in laguna, ma di inseguire le contro-narrazioni ai margini, in quegli spazi che permettono finalmente al soggetto palestinese di rompere l’isolamento. Per dirne una, dagli anni Ottanta la mostra di fumetto e illustrazione Kufia. Matite italiane per la Palestina circola per fiere ed eventi di quartiere (l’ultimo qui a Roma, all’Esquilino), con artistə italianə (tra i nomi, Lorenzo Mattotti, Andrea Pazienza, Vauro) che dialogano con le stampe dellə palestinesi (come Taysir Barakat, Sliman Mansour, a cui nel 2002 si aggiunge anche Vera Tamari), mettendo al centro l’importanza di una solidarietà internazionale nei confronti della questione palestinese.
Vale la pena ricordare anche il lavoro certosino della curatrice Sara Alberani alla Fondazione Brescia Musei per Material for an exhibition. Fin dal titolo, la mostra non solo omaggia l’opera con cui Emily Jacir vinse il Leone d’Oro nel 2007, ma insiste pragmaticamente sulla materialità delle opere d’arte necessarie per comporre l’allestimento. Non serve infatti lanciarsi in mirabolanti speculazioni teoriche, quando Mohammad Al-Hawajri si è dovuto addentrare a suo rischio e pericolo tra le macerie di Gaza per recuperare i lavori in mostra, segnati dalle intemperie e testimoni della loro stessa sopravvivenza nella catastrofe. La stessa urgenza l’ho vista a Modena con Taysir Batniji, in un percorso curato da Daniele De Luigi presso la Fondazione Ago: alcune foto già in collezione sono state l’occasione per allargare il campo fino a riempire una lunga parete con un’infilata di scatti di mazzi di chiavi di case abbandonate negli ultimi due anni, che lə profughə hanno portato con sé nella fuga rocambolesca: simboli antichi e ancora drammaticamente attuali di un diritto al ritorno che non scade mai.

Mentre scrivo, scorro i materiali di Gaza: il futuro ha un cuore antico, la mostra alla Fondazione Merz di prossima inaugurazione. Le opere di Khalil Rabah erano arrivate a Torino già nel 2023, come controcanto dissonante alla frenesia di Artissima; oggi, quella stessa presenza dialoga con i lavori di altrə artistə palestinesi, con alcuni reperti del Museo Egizio e con i manufatti custoditi, temporaneamente, ma paradossalmente a tempo indeterminato, dal Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra. Questi ultimi compongono una piccola porzione di una più ampia raccolta che si trovava in Palestina e che avrebbe dovuto comporre un museo archeologico del e sul territorio: un progetto incompiuto che li trattiene in Europa da decenni, prigionieri di un prestito che non è mai riuscito a tornare in patria a causa dell’inasprirsi progressivo delle tensioni. Già la scorsa estate l’Institut du Monde Arabe di Parigi aveva dato spazio ai manufatti per una piccola mostra; oggi questi si ritrovano a Torino per intrecciare prospettive storiche e creatività contemporanea, dimostrando che l'identità di un popolo sopravvive anche quando i suoi oggetti sono costretti alla diaspora, sotto il cappello dell’idea di museo che prefigura l’esistenza di uno Stato non ancora disegnato sulle mappe. Chiara De Cesari la chiama “rappresentazione anticipatoria”: performare le istituzioni culturali in anticipo sulla loro formazione reale, come una sorta di profezia che si autoavvera e che, come auspicato da Balibar per la filosofia, smette di interpretare il disastro e inizia a produrre una realtà nuova.

Tutto questo, forse, non è che un rassicurante palliativo per chi ha la fortuna di osservare il dramma da geografie protette. Eppure, tenere presenti queste dinamiche affatto semplici, interrogarsi costantemente sul proprio posizionamento, anche a costo di rimettersi in discussione, e indagare criticamente le iniziative che promettono valori propositivi, ci rende consapevoli dell’impegno ostinato e radicale che siamo chiamatə ad attuare: dismettere la retorica della pace (e pacificatoria) e aprire finalmente orizzonti di giustizia trasformativa.

Samaa Emad, Reimagining Homeland, 2023. Courtesy the artist
Taysir Batniji, Just in Case #2, 2024 (dettaglio). Courtesy the artist and Sfeir-Semler Gallery Beirut/Hamburg 
Lampada ad olio Epoca romana, I secolo a.C. – I secolo; civiltà: Roma antica. Luogo di ritrovamento: Gaza, Blakhiyah Terracotta Proprietà dello Stato di Palestina, in deposito temporaneo al MAH - Musée d’art e d’histoire de la Ville de Genève Foto Bettina Jacot-Descombes
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