La cerimonia permanente

Il 25 ottobre del 2013 Maurizio Cattelan mandava il duo comico "I Soliti Idioti" a ritirare il premio Alinovi-Daolio. A quanto pare, Renato Barilli non la prese proprio bene: la definì una “pagliacciata”, giurò che Cattelan non sarebbe stato mai più nominato e minacciò di cancellarlo dal suo repertorio. Quattro anni prima, nel 2009, l’artista aveva fatto qualcosa di molto simile in occasione del premio alla carriera conferitogli dalla Quadriennale di Roma. In quel caso, era stato Elio di Elio e le Storie Tese a ritirare la medaglia al suo posto, rispondendo alle domande del pubblico come fosse egli stesso Maurizio Cattelan.

La lista di artisti, scrittori e registi che hanno rifiutato o disertato le premiazioni è lunga e prestigiosa. Nell’ottobre del 1964, Jean-Paul Sartre rifiutò il Nobel per la letteratura e scrisse una lettera all’accademia di Stoccolma che iniziava così: “Il mio rifiuto non è un atto di improvvisazione. Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli”. Nel 1973, Marlon Brando rifiutò l'Oscar come miglior attore per “Il Padrino” cedendo il palcoscenico all'attivista Sacheen Littlefeather per protestare contro la rappresentazione dei nativi americani nel cinema hollywoodiano. Nel 1991, anche la cantante irlandese Sinéad O’Connor denunciò pubblicamente le ingiustizie e le logiche dell’industria musicale e divenne la prima artista a rifiutare un Grammy.

Da qualche anno, nel panorama dell’arte contemporanea italiana, stiamo assistendo a un’inarrestabile proliferazione di premi. Contarli è diventato difficilissimo. Ogni mattina un imprenditore si sveglia e sa che dovrà correre più veloce degli altri per creare il suo premio sulla giovane arte italiana. Le fondazioni, le banche, le assicurazioni, le fiere, i brand di moda: tutti e tutte assegnano premi. Addirittura, esistono curatori che di professione curano premi.

Eppure, nessuno di questi riesce ad avere l’autorevolezza di un Turner Prize o di un Prix Marcel Duchamp, poiché, in molti casi, sono riconoscimenti privi di reali sostegni istituzionali, spesso legati a logiche e iniziative private. Cosa si vince? Talvolta nulla. Nel migliore dei casi: mostre, residenze, acquisizioni. Quasi mai un sostegno economico significativo. 
Più che supportare la crescita degli artisti, molti premi italiani sembrano alimentare la visibilità degli stessi enti e delle stesse riviste che li promuovono.

Alcune costanti. Innanzitutto, la composizione delle giurie, che abbondano soprattutto di curatori, galleristi, collezionisti, e sono spesso prive di artisti, storici e critici d’arte. In secondo luogo, le modalità di partecipazione. Perché in questo sistema distorto e senza alcun senso, gli artisti sono spesso costretti a pagare una fee per sottoporre la propria candidatura, trasformando il riconoscimento in un meccanismo economicamente sostenuto dagli stessi soggetti che dovrebbero beneficiarne. E infine, gli assurdi criteri, come il frequentissimo “Under 35”. Una soglia che troppe volte coincide con l’uscita silenziosa dai circuiti di visibilità e finanziamento. Super premiati, ma sempre più tristi, gli artisti italiani vivono col terrore di superare i 35 anni di età.

L’aspetto singolare è che questa proliferazione di premi avvenga proprio nel momento in cui la critica ha smarrito qualsiasi direzione, qualsiasi capacità di giudizio. Ciò che si valuta è spesso il capitale relazionale di artisti e curatori, il loro grado di integrazione. Questo fenomeno di capillare “premificazione” sembra infatti innescare un sostanziale slittamento di senso: laddove la critica non riesce più a produrre argomentazioni e giudizi, il premio interviene come dispositivo surrogato di legittimazione. E da questo punto di vista, l’esplosione di riconoscimenti e di “Awards” non va letta come segno della vitalità di un sistema, ma come il sintomo più evidente di una sua crisi profonda.

C’è un piccolo libro di Thomas Bernhard uscito qualche anno fa per Adelphi che si intitola “I miei premi”. Con il suo consueto sarcasmo, il grande autore austriaco racconta di tutte le volte in cui è stato premiato: è un ritratto crudele e divertentissimo delle cerimonie che accompagnano la consegna dei premi. C’è un passaggio del libro in cui Bernhard descrive con precisione quasi chirurgica il disagio, l’imbarazzo e la noia che provava in quelle occasioni.

“Ho avuto ogni volta una sgradevole sensazione allo stomaco quando si trattava di ritirare un premio. Ma per tutti gli anni in cui ancora arrivarono i riconoscimenti fui troppo debole per dire di no. […] Disprezzavo coloro che distribuivano premi, ma non respingevo in maniera tassativa quei premi. Tutto era repellente, ma più repellente di tutto trovavo me stesso. Odiavo le cerimonie, ma facevo la mia parte, odiavo coloro che distribuivano premi ma accettavo i loro soldi. Oggi non ne sarei più capace. […] Oggi per me la questione, semplicemente, non si pone più, la sola risposta è non lasciarsi più onorare”.

Una sorta di autodenuncia. O forse un invito: la sola risposta possibile è non lasciarsi onorare.

I Soliti Idioti mentre ritirano il premio Alinovi-Daolio, 2013, fotografia Iguana Press
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