L'infanzia dell'immagine

Nan Goldin all'HangarBicocca, Milano

Fino al 15 febbraio 2026, Pirelli HangarBicocca ospita la prima retrospettiva dedicata all’opera di Nan Goldin (1953): artista visiva e fotografa di fama mondiale, ha fatto dell’istantanea e dello slideshow gli elementi cardine del suo linguaggio artistico. Il documentario a lei dedicato da Laura Poitras era stato premiato a Venezia con il Leone d’Oro nel 2022 riaccendendo i riflettori in Italia su una delle voci più importanti del panorama artistico contemporaneo. La mostra attualmente in corso negli spazi monumentali delle Navate riesce nell’intento di restituire una visione sinottica su un corpus tanto ricco e prezioso, allo stesso tempo preservandone il carattere intimo e personale.

Il visitatore dell’immenso ambiente di Hangar si trova infatti accolto da un “villaggio” – così lo definisce l’architetta franco-libanese Hala Wardé, collaboratrice consolidata di Nan Goldin – di padiglioni, diversi gli uni dagli altri, ciascuno pensato per lo slideshow che ospita al suo interno. Lo spazio è dunque puntinato da ambienti raccolti, ciascuno diverso dall’altro per forma e per colore: custodie in velluto, che evocano tende da circo, scatole nere, forme biomorfe, o architetture moderniste, che fungono da dispositivo del pubblico, letteralmente invitandolo ad abitare gli spazi di maniere di volta in volta diverse. Si configurano così piccole arene semicircolari, abbinate a spazi avvolgenti, oppure sale che invitano alla frontalità, tanto del cinema, quanto della videoarte.

Qui sono mostrati i più celebri slideshow dell’artista, uno su tutti The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022), esposto a Milano in Triennale in una precedente versione nel 2017, e dedicato a un racconto franco delle relazioni affettive, sessuali, romantiche e amicali dell’artista, intrecciate alla dipendenza. Questa opera monumentale testimonia la scelta espressiva di Goldin dello slideshow come medium d’elezione. Dall’inizio degli anni ’80 infatti l’artista esplora questa forma ibrida, drammatica e performativa di display, che le consente di mettere in scena, in contesti come club e cinema underground, un flusso di immagini in costante evoluzione, accompagnate da una musica potenzialmente sempre diversa. Le esperienze concertate da Goldin divengono così il risultato estemporaneo, o per meglio dire provvisorio, di una combinazione potenzialmente sempre diversa: è sufficiente cambiare l’ordine delle diapositive, aggiungerne, toglierne o sostituirne per rinnovare la narrazione. O raccontare una storia diversa.

In questo formato, che non lo dimentichiamo ha in sé una dimensione ancestrale e domestica allo stesso tempo, è il vissuto stesso a emergere come continuità e discontinuità allo stesso tempo. Come montaggio impossibile, come un senso unitario che faticosamente emerge dal caos, o come un mosaico irriducibile di istanti, che tanto rimangono impressi, quanto sfuggono alla memoria e all’analisi. Le immagini scorrono veloci, troppo in fretta perché possano essere ricordate tutte, ma abbastanza lentamente perché possano contribuire a tracciare i contorni di una narrazione tra il filmico e l’autobiografico. Chi guarda è inevitabilmente chiamato a cercare di colmare le lacune, a intravvedere un filo che forse non c’è: il senso di ciascun slideshow emerge come un’atmosfera diffusa, che esiste e si propaga nello spazio di ciascun padiglione e lì sembra raccogliersi.

Difficile selezionare solo alcune proiezioni della mostra, che nel complesso ha una durata di 192 minuti. A fianco delle opere più note, merita sicuramente attenzione Fire Leap (2010-2022) dedicato al mondo dell’infanzia: qui l’artista ha raccolto le fotografie scattate nel corso degli anni ai figli di amici e amiche. Nei volti, nelle pose, nelle espressioni di questi giovanissimi, l’infanzia e la preadolescenza sono ritratte con una freschezza e una verità al limite del perturbante, con quella sessualità, creatività e solitudine che forse esistono solo grazie alla spontaneità iscritta nelle prime fasi della vita. Il padiglione progettato per l’opera costruisce una sorta di abbraccio circolare attorno allo schermo di proiezione, che invita un’immersione ravvicinata nelle vicende dei protagonisti. Colpisce anche Sirens (2019-2020), un lavoro per certi versi eccentrico rispetto allo strumento dello slideshow, ma altrettanto radicato nel medium d’elezione dell’artista, ovvero il montaggio. Si tratta questa volta di un’opera di found footage che riecheggia il cinema underground di Kenneth Anger, la sua visione mistica e satanica dell’estasi, quanto il suo lavoro sulla mitologia del primo cinema americano. E questa volta, lo spazio dai toni scuri e bluastri è quasi claustrofobicamente soffocato dall’ampiezza dello schermo, dove i volti delle divinità di Hollywood sembrano ambire a invadere completamente lo spazio visivo dello spettatore.

Sebbene il titolo della mostra tradisca un’ironia bonaria e un tono sardonico, la chiusura che il percorso propone è invece all’insegna della cupezza. Come in una sorta di climax, il visitatore che ormai ha familiarizzato con l’intimità degli spazi di proiezione, viene invece nuovamente disorientato e gettato in un nuovo regime di sensibilità. Nello spazio del “Cubo” è infatti riproposta Sisters, Saints, Sibyls (2004-2022), una complessa installazione dedicata alla sorella maggiore, morta suicida all’età di 18 anni. Nel riallestimento dell’opera, originariamente concepita per la cappella della Salpetrière di Parigi, l’artista porta il suo pubblico sul ciglio di una balaustra – difficile non pensare a un regime scopico teatrale, o alla galleria di un cinema: a una distanza che pare incolmabile svetta un trittico di schermi su cui prende forma l’opera che intreccia la vicenda della sorella a immagini di Santa Barbara. A terra, un manichino che la impersona si consuma sul suo letto di morte, mentre una presenza maschile osserva la scena. L’installazione multimediale si presenta come un reenactment del trauma, snodo cruciale della vicenda biografica di Goldin. Sarà il desiderio di sfuggire alla mentalità retriva e repressiva che aveva portato alla morte della sorella, incapace di sottostare ai dettami piccolo-borghesi imposti dalla famiglia, a portare anche l’artista altrove. La fine del percorso è dunque forse la narrazione di un mito delle origini.

Come detto, l’opera di Nan Goldin è certamente molto nota, come noto è il suo carattere fortemente autobiografico e il suo linguaggio visivo, crudo e schietto. Ciò detto, l’antologica ha il pregio di rendere più evidente l’impatto dell’estetica di Nan Goldin su quella contemporanea. Viviamo un presente talmente mediatizzato da essere sostanzialmente destinato all’oblio: fotografiamo qualsiasi cosa allo scopo di ricordarcene, e facciamo esperienza del mondo allo scopo di mediarlo, con il risultato che l’istante vissuto finisce per perdersi in un flusso continuo, quello dello scrolling verticale dei social media, in un montaggio dadaista tagliato su misura delle nostre aspettative, delle nostre perversioni e dei nostri desideri (di mercato). In questo contesto, il ritorno, di certo nostalgico, all’analogico – vero o mimato attraverso un filtro – appare come un rimedio per sottrarsi all’effimero. Dall’altro lato, la spontaneità rough della vita vera diviene un linguaggio estetico artificialmente costruito per evocare una sincerità che l’immagine vetrina ha del tutto annichilito. Penso in questo caso ai rivolgimenti estetici che riguardano alcune nicchie di Instagram, piattaforma data per morta ormai diverse volte, ma per ora ancora in grado di dettare legge nell’economia dell’attenzione – che TikTok avrebbe colonizzato tutti gli smartphone è per ora una profezia che non si è avverata.

Per questo motivo, la pratica del montaggio evocata da Goldin, intesa come riarrangiamento manuale e materico dello spazio dell’immagine, ci interroga con particolare urgenza in questo presente frammentario, sempre più improntato al monadismo sentimentale e alle relazioni artificiali. In questo senso, per come viene esplorata da Goldin, l’immagine in movimento conserva il potere di evocare una dimensione originaria dell’esperienza, riportandoci all’infanzia tanto del cinema e della fotografia quanto di noi stessi.

Nan Goldin “This Will Not End Well” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2025 © Nan Goldin Courtesy l’artista, Gagosian e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
Nan Goldin, Amanda at the sauna, Hotel Savoy, Berlin, 1993 © Nan Goldin Courtesy Gagosian
Nan Goldin, Bruno with the tattoo, Naples, 1995 © Nan Goldin Courtesy Gagosian
Nan Goldin, My mother pregnant, n.d. © Nan Goldin Courtesy Gagosian
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